Il nome di Dio è Misericordia

Il nome di Dio è Misericordia
Il nome di Dio è Misericordia

Il nome di Dio è Misericordia

Una conversazione con Andrea Tornielli

Ed. Piemme

 


“Se il Signore non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe”


 

L’intervento di Roberto Benigni alla presentazione del libro di Papa Bergoglio non mi ha entusiasmato.

Sia pure per aspetti diversi, suscitano entrambi delle perplessità! Il libro in cui il Papa affronta il tema dell’Anno Santo indetto dalla Chiesa cattolica romana sarebbe potuto rimanere nella libreria come un soprammobile, ma merita una lettura, ancor più che per la sua attualità, per quel sano principio secondo il quale occorre approfondire ciò che poi si vuole apertamente criticare. Pertanto, l’ho letto la sera stessa in cui lo avevo acquistato, trovandolo semplice ed alla portata di tutti; gradevole, volutamente informale ed universale.

“Dio perdona, io no!”, “Non fatevi giustizia da voi stessi, ma lasciate fare all’ira divina”, “Porgi l’altra guancia”, “Ama il prossimo tuo come te stesso”, “Ama il tuo nemico”, sono motti che racchiudono probabilmente tutti i modi di intendere la misericordia. Chi si riconosce in uno di questi, e quindi, forse, davvero chiunque, può trovare interessante la lettura di questa conversazione con Papa Francesco, per alcuni professore di una fede semplicistica pret a porter, che invita a perdonare con una carezza. Lo stile è molto scorrevole e godibile, le domande sembrano esserci tutte; ci si può soffermare sul Papa-pensiero, per quanto lo si voglia criticare, e desumere dalla scelta stessa del tema dell’Anno Santo e del modo universale di affrontarlo, che, agli occhi del Pontefice, il male attuale dell’umanità è quello di perire sotto il peso dei propri errori, di spegnersi al confronto dei propri affanni e così sminuire le potenzialità di cui ciascun individuo, in quanto figlio di Dio, è dotato.

Il desiderio di includere tutti può presentare come troppo permissiva la dottrina di Papa Bergoglio, ma ciò sembra rendersi necessario sia per indicare che la vita è un percorso fatto di cadute dopo le quali rialzarsi, sia per sostenere chi, vivendosi come “indegno”, rinuncia a perseverare e si perde, quanto meno, nell’indifferenza. A questi soprattutto sembra rivolto il messaggio nel testo: ribadire la certezza assoluta della misericordia di Dio.

Il testo fa riferimento a passi molto noti delle scritture: la lapidazione dell’adultera, la parabola del figliol prodigo e quella del fariseo e del pubblicano, il tradimento di Pietro, il perdono perpetuo delle settantasette volte sette.

A proposito di questi passi desidero osservare brevemente, anche in questa occasione, che, in un’ottica squisitamente giuridica, che pur riveste il suo interesse, la domanda sul destino da riservare all’adultera, rivolta a Gesù, non è necessariamente un inganno ma il dilemma di uomini pii, rispettosi della legge sancita al tempo, per garantire l’ordine sociale, rispetto alla quale non conoscono altra possibile soluzione alternativa.

Quella norma rispetto alla quale Gesù si presenta come elemento di rottura, “va oltre”, riconosce il peccato ma rifiuta che venga applicata la pena, venendo giustamente percepito come un rivoluzionario, colui che predica contra legem: <<La misericordia […] non cancella i peccati, […] è il modo in cui Dio perdona>>. <<La Chiesa condanna il peccato perché deve dire la verità, […] ma allo stesso tempo abbraccia il peccatore che si riconosce tale, lo avvicina, gli parla della misericordia infinita di Dio>> (Ivi, pag.66) Lo stesso può dirsi per l’ordine di isolare il lebbroso, in merito alle esigenze di ordine pubblico, onde evitare il contagio, cui contravviene Gesù e, sul suo esempio, molto tempo dopo, S. Francesco.

Un atteggiamento rispetto al quale Papa Francesco offre il suo pensiero, pensando, in modo simbolico ad una malattia interiore: <<Bisogna entrare nel buio, nella notte che attraversano tanti nostri fratelli. […] far sentire la nostra vicinanza senza lasciarsi coinvolgere e condizionare da quel buio, […] cercare di raggiungere tutti testimoniando la misericordia […] evitando l’atteggiamento di chi giudica e condanna>>. <<Quando qualcuno comincia a scoprirsi ammalato nell’anima […] deve essere accolto, non respinto o tenuto ai margini>>. <<Deve trovare accoglienza […] qualcuno che sta sulla soglia>> cui Papa Francesco sembra dedicare molta attenzione.

Ciò, però, risponde ad altre tipologie di malattia, presuppone una grande fede, un’incrollabile “tenuta” ai propri valori, e va considerato che ciò spesso non appartiene all’uomo comune che, come dire, “… praticando lo zoppo, impara a zoppicare”. E’ comprensibile quindi che l’uomo eriga dei confini oltre i quali è cosciente che potrebbe corrompersi. Tornando in modo eminentemente pratico al lebbroso, ormai sdoganato dalla convinzione antica che la malattia fosse la pena per i peccati commessi, l’ottica spirituale di Bergoglio, ribadita come logica da contrapporre alla logica dei dottori della legge, non soddisfa l’esigenza che sovviene di tutelare la città dal contagio, in materia di ordine pubblico, un’esigenza eminentemente pratica di chi doveva garantire la pubblica incolumità in tema di salute, sulla quale si può sorvolare soltanto perché oggi non si pone un problema in termini analoghi al passato.

Ci piace ricordare, infatti, che quando si parla di legge, si parla anche di potere costituito e di esigenze di ordine pubblico: chi ha studiato “il processo contro Gesù” di Amarelli F. (Curatore), Lucrezi F. (Ed. Iovene), sa bene infatti che gli ebrei del sinedrio non potevano condannare Gesù alla pena di morte e doverono sollecitare l’intervento di Roma, potere costituito, ad intervenire per esigenze di ordine pubblico, onde tramutare un reato religioso in un crimine penalmente perseguibile.

Oggi che la confessione si chiama “riconciliazione”, la cresima “confermazione” ed il sepolcro “altare della reposizione” è il caso di considerare che la parabola del figliol prodigo viene chiamata “parobola del padre misericordioso”, giacché il figliolo si era soltanto cercato, col suo ritorno, una condizione più vantaggiosa di quella nella quale si era venuto a trovare, peggiore finanche di quella dei servi di suo padre. Nulla si dice sul pentimento del figliol prodigo, perché il padre lo accoglie, lo abbraccia e lo perdona ancor prima che possa proferire parola, osserva Papa Francesco. Se il pentimento è il presupposto della confessione e la confessione è funzionale all’assoluzione, sembra essersi evoluta anche questa visione, nella quale si mette in evidenza la misericordia del padre, offerta come dono. In tema di confessione, ricordo che lo stesso Cardinale Carlo Maria Martini, rivendicava la confessione come risorsa, dono, per l’umanità intera e quindi prima di vederla in funzione dell’assoluzione, la presentava come preziosa opportunità di condivisione: essere ascoltati, con la certezza del vincolo del segreto, ed essere confortati da una persona che assume la funzione così alta di agire in persona Christi è una risorsa per tutta l’umanità.

Mi sembrano seguire questo solco le parole di Papa Bergoglio quando invita i confessori a benedire anche ove non possano assolvere, riconoscere un ruolo primario all’ascolto, a quello che chiama l’apostolato    dell’orecchio:   <<  Le persone  cercano soprattutto qualcuno che le ascolti. Qualcuno disposto a donare il proprio tempo per ascoltare i loro drammi e le loro difficoltà. E’ quello che io chiamo “l’apostolato dell’orecchio”, ed è importante. Ai confessori mi sento di dire […] sono cercati da Dio, bisognosi di benedizione. Abbiate tenerezza con queste persone. Non allontanatele. La gente soffre.>>. (Ivi pag. 32)

La gente soffre e sembra avere sempre più bisogno di perdono. Sempre più numerose le indulgenze o quanto meno più conosciute, rispetto ad una tradizione nella quale la Chiesa urlava:<<Pentitevi!>>. Legate a eventi eccezionali come l’anno santo, indetto peraltro sempre più frequentemente, sembra si siano moltiplicate: siano esse legate ad un pellegrinaggio ed alla recita di alcune preghiere, sia soltanto al passaggio attraverso una porta santa come la porta della casa di Maria presso il santuario di Loreto. Di certo appare che il nostro tempo, forse proprio perché è parco di tonificante severità, sia scivolato in una soddisfazione che diviene insoddisfacenza soporifera in cui, in fondo, non ci sente in grado di lottare per le grandi aspirazioni, mancano i grandi ideali e gli errori pesano come macigni stagnanti. Da qui l’universale bisogno di misericordia, di un costante rinnovamento dell’individuo che ne preservi le potenzialità alla quale la Chiesa sembra voler rispondere con questo Anno Santo. E’ evidente quindi che al tema della Misericordia siano correlati quelli del perdono, del pentimento, del ricorso al sacramento della confessione.

Mi sono abbandonato a queste personali considerazioni, ripercorrendo quanto questa lettura mi ha suscitato, senza nulla voler togliere al tema della misericordia, a quel perdono che secondo il Catechismo della Chiesa si concede a chi si accusa, pentito, dei propri peccati, vivendo, ci dice Bergoglio, una vergogna dalla quale Dio innalza, ma che sembra necessario concedere anche a chi si spiace di non provare pentimento, tanto è necessario fare della Chiesa <<un ospedale da campo in cui si curano innanzitutto le ferite più gravi>> (Ivi pag. 24). Bergoglio quindi va oltre certa dottrina: anche cogliere il rammarico di un mancato pentimento è un passo, finanche quel rammarico può essere il desiderio di muovere un piccolo passo verso Dio, un punto di partenza per soccorrere un individuo che soffre, per innestare un sostegno costante alla sofferenza, <<il piccolo spiraglio che permette al prete misericordioso di dare l’assoluzione>> chiosa nell’introduzione Tornelli. Questo mette a tacere chi vede ancora oggi la Chiesa legata all’inquisizione o all’uso del cilicio, e presenta una Chiesa che accoglie l’individuo che soffre, che sana le sofferenze.

La Misericordia cura un’umanità ferita, che porta ferite profonde perché ritiene di soffrire di un peccato che è un male incurabile ed <<oggi si cerca salvezza dove si può>> (Ivi pag. 31), chi non crede in Dio finisce col credere a tutto, ma anche chi si vergogna di sé, giacché soffre, si ritrae nell’indifferenza, persone che <<si allontanano e magari non tornano più>> (Ivi pag. 32). La confessione, in Papa Francesco, è un incontro con l’accoglienza ed il perdono, impossibile davanti ad uno specchio. Lo stesso catechismo della Chiesa Cattolica riconosce pregio alla confessione anche da un punto di vista semplicemente umano, giacché libera e facilita la riconciliazione con gli altri … e facilita un nuovo avvenire [1455]. Papa Bergoglio cita come grande lezione l’esempio di Sant’Ignazio, allora combattente, che ricorse alla confessione presso un commilitone laico temendo di essere prossimo alla morte. Offre delle indicazioni per la confessione sia ai consacrati sia ai fedeli: non sia una sala di tortura, ma non ci si rechi come in tintoria, (viene in mente l’Atto di dolore che al pentimento per le proprie mancanze aggiunge un proposito per il futuro), non recitare un formulario come se non si fosse peccato, perché non riconoscere il peccato significa non rendersi consapevoli di avere una ferita da guarire.

Il peccato è una ferita da medicare, quindi, prenderne coscienza, anche a costo di ricadere nello stesso peccato e soffrirne: rialzarsi sempre, non rimanere a terra a leccarsi le ferite. Così in questo dialogo aperto a tutti che invita ad accettare le proprie debolezze, ad accettare che le cadute sono insiste nell’uomo, che invita sempre e comunque a perseverare e rialzarsi, si percepisce che il sacramento della confessione è uno strumento privilegiato di accesso alla misericordia divina, ma al contempo la migliore opportunità per rialzarsi, come la costante di un percorso, dello svolgersi della vita.

A chi vi accede e ciò nonostante non si sente “innalzato” sembra rivolgersi il Papa quando invita ad accogliere la misericordia come dono immenso che agli occhi umani può apparire perfino <<ingiusto>> (Ivi pag. 50).

E con tutte queste considerazioni sembra comprendersi davvero tutti: da chi si confida soltanto con un amico a chi dall’assoluzione non si sente riconciliato. La misericordia coglie chi è disposto ad essere stupito, ci dice, avvertendo il proprio bisogno, il vuoto, la propria miseria, per non “incorrere” nella superbia. Il vero male, nel sociale, dunque non è il peccato, ma la corruzione intesa come uno stato di autoreferenzialità dove ci si stanca di chiedere il perdono e si finisce per credere di non doverlo più chiedere e non ci si mette più in discussione.

All’uomo comune resta il compito della compassione: patire con l’altro, lasciarsi coinvolgere! <<Aprirsi alla misericordia di Dio, aprire se stesso e il proprio cuore […] e cercare di essere misericordioso con gli altri>> (Ivi pag. 107).

Certo, il vero cristiano condivide, vive di gioia, non vede la Passione ma la Resurrezione, ringrazia del dono della vita ogni giorno, eppure tanti fatti del nostro tempo ci dicono che l’uomo si spegne o perisce quando si sente senza scampo o senza alternativa.

Proprio giorni fa a chi diceva che nel mondo domina soltanto l’assoluta indifferenza un Gesuita rispondeva: <<Siamo pieni di sensi di colpa>>. In questo contesto sembra inserirsi il messaggio di Papa Francesco nell’Anno Santo della Misericordia, la Misericordia che può alleviare gli afflitti, riscattare i derelitti, riavviare i cuori.

Una lettura piacevole su una “porta sempre aperta” per un Cattolico cristiano sbagliato, mal praticante, come il sottoscritto.

<<Il Signore è fedele perché non può rinnegare se stesso>> (Ivi, pag. 25)

<<il peccato ferisce l’umanità [intera] (Ivi, pag. 38). […] La vergogna per il proprio peccato è una grazia, riconoscersi peccatori è una grazia (Ivi, pag. 48) : […] Dio ti rimane fedele e ti innalza (Ivi, pag. 26). […]Più ci riconosciamo bisognosi, più ci vergogniamo e ci umiliamo, più presto veniamo inondati dal suo abbraccio di grazia (Ivi, pag. 97)>>

Giulio della Valle

Precedente Non è Francesco Successivo Io, morto per dovere